20 febbraio 2007

Twists in Moses


Moses sarebbe Mosè, quello biblico, cui un'entità suprema ha donato le leggi su tavole di pietra.

Mosè è stato raffigurato in molti modi, il più celebre sicuramente quello scultoreo, cornuto, da mausoleo, di Michelangelo.

Michelangelo è uno scultore. Non "era", "è". Perché un uomo vive finché hanno eco le sue imprese. E quelle del Buonarroti echeggiano ancora.

E, visti i tratti pesanti del suo Mosè, i passi di quest'ultimo devono echeggiare veramente tanto.

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Michelangelo Buonarroti è, fuor da ogni paura di essere contraddetti, il più grande scultore di ogni tempo. La sua opera spazia dalle modelle siliconate delle Cappelle Medicee raffiguranti stagioni ed ore solari, a schiavi nell'intento di liberarsi dalla pietra. Alcuni di questi ultimi, i Prigioni, rubano la scena in una sala, al Louvre, dove il peggiore degli artisti è Antonio Canova.

Il Mosè cattura due aneddoti di quelli che compongono la leggenda. Uno è adattissimo a far riflettere sul nostro lavoro di creativi.

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1) Twists in Moses
Si narra che Michelangelo avesse pensato, dapprima, il Mosè in una posizione diversa da quella poi arrivata ai giorni nostri. La posizione originale, più classica e statica, era frontale.
Arrivato a due giorni dalla consegna, il nostro si è dato un'occhiata intorno ed ha ammirato il suo lavoro. Beh, non andava.
Ora, altri avrebbero soprasseduto, così avanti con la lavorazione (il Mosè era praticamente finito): la pietra era pagata dal Vaticano, ma un blocco di quel genere, oltre che costoso era difficle da reperire. Ma è così che si passa alla storia: non dandosi per vinti.
Allora cosa ti inventa, il Buonarroti? Usando il suo potere mutante di "vedere la forma dentro la pietra" si accorge che, forse, c'è posto per una piccola modifica. Si tratta di modellare, piegare la pietra. Ed in poco tempo fa fare al Mosè una torsione di diversi gradi sul busto, arrivando addirittura a spostare una gamba verso il centro della scultura.

Roba da matti.

Non ha poi, in realtà, deformato la pietra (non si può... vero?) ma è riuscito comunque a trovare materiale ancora da scolpire a sufficienza per "spostare" la statua.

Io avrei lasciato perdere molto prima... ma non sono Michelangelo.

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2) The Nose

Ora, uno come lui è bene lasciarlo in pace quando lavora.
Ma non accade sempre. Anzi, la sua vita è costellata di gente che è andata a martellargli i cosiddetti con richieste assurde e improbabili modifiche.
La più nota (forse) è quella postuma che ha ricevuto dal Mutandaio sul Giudizio Universale.
La più divertente (e didattica, direi!) è questa:

Il Papa, commissionario di Michelangelo, entra a dare un'occhiata al suo Mosé, quello che farà parte del suo incredibile mausoleo. Si, un mausoleo, come quello che un tempo si facevano fare i Faraoni Egizi o i grandi Re Babilonesi. Un papa. Se suona male, pensando al compianto GP-II, è più in accordo con Giulio Secondo, credetemi.

Insomma, il Sig. Giulio Secondo entra, si congratula con Michelangelo all'opera e poi gli fa un'apprezzamento.
"Bello,- dice,- ma quel naso non è un po' grosso?". La storia dell'umanità e la Storia dell'Arte hanno una lieve fibrillazione. Michelangelo attende che il Papa prosegua nei suoi vaneggiamenti. "Penso sarebbe meglio farlo più piccolo, giusto un colpo..." La s.d.u. e la S.d.A. trattengono il fiato...

Michelangelo non fa una piega, si nasconde nella mano sinistra un pezzo di marmo e, fingendo di colpire il naso del Mosé, lo sgretola con lo scalpello, commentando poi: "Eh, si, pare anche a me... ecco, così dovrebbe andare."
Giulio Secondo dà un'altra occhiata alla statua ed esclama, dopo attenta osservazione: "Ecco, perfetto! Vedi? Ti serviva il mio consiglio...! Buon lavoro Ser Buonarroti, a domani!" E si eclissa.

Il trucchetto di Michelangelo salva s.d.u. e S.d.A. ed il Mosè resta dovè.

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Cosa ci raccontano questi due aneddoti? Alcune cosette:

1) un artista (o un creativo, in generale) può decidere in qualsiasi momento che il suo lavoro, tanto sudato, non va. Non sempre è necessario ripartire daccapo: spesso è sufficiente "raddrizzare il marmo". Ma il modo non conta, quello che conta è che lo si faccia. Meglio un lavoro perfetto il giorno dopo che una opera sbagliata oggi.

2) anche il più grande genio è soggetto a critiche. E molto spesso, queste critiche arrivano da chi non sa nemmeno di cosa si sta parlando, un "Papa" qualsiasi che non sa reggere un pennello in mano (e per questo chiede a te, creativo, di fare il lavoro) ma che appena vede il lavoro svolto sente in sé tutta l'arte della storia e la capacità di migliorarla. E' capitato a tutti: il parrucchiere che ti spiega il marketing, il ristoratore che ti insegna i colori, la postina che posiziona le masse sul foglio.

Capita meno spesso a noi di poter dire al parrucchiere che, no, per quel taglio non devi usare quelle forbici, al ristoratore che, no, la pappa al pomodoro non si fa con l'aglio, alla postina che, no, le raccomandate non le devi consegnare. Vorremmo essere tutti avvocati o medici (mai sentito qualcuno dire al primario dell'ospedale "ah, si, Diazepam... certo, ma io penso sia meglio che prenda del Bostanifscal o del Voramidinz. Ecco, perfetto! Vedi? Ti serviva il mio consiglio...!), ma non lo siamo e dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco.

Il cattivo gioco (e cattivo gusto, direi) di fare e pensare stile "i soldi sono miei e tu fai come voglio".
Atteggiamento da Giulio Secondo, certo, ma quelli erano altri tempi.

O no?


Best regards,
JK.


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PS: O no?

Perché, voi cosa ne pensate? Credete che se Julius the Second avesse avuto il tempo che abbiamo avuto noi, quei 600 anni per ammirare, leggere e raccontare le opere del Buonarroti, sapesse in pratica chi è Michelangelo (allora era solo un artista qualsiasi, immaginiamo...), si riterrebbe da dargli il suo "consiglio"? Si renderebbe conto di non disporre nemmeno del diritto ad un dialogo con colui che ci ha dato le più alte opere di sempre?

No, io penso che gli direbbe ugualmente di accorciare quel naso. E' la fiaba dello scorpione e della rana.

La nostra fortuna è che Michelangelo conosceva i nostri stessi trucchi.

Un po' di gesso, la finta di due colpi... et voilà, il naso non c'è più. :)

07 febbraio 2007

Dodge & Burn

Non è una canzone dei Metallica.
E' un modo per ottenere dei risultati accettabili da foto pessime. Non si può applicare a tutte le foto, ma in molti casi funziona. Comunque, basta provare.

In pratica si tratta di fare quelle operazioni che si fanno manualmente quando si sviluppa una foto in camera oscura colo che, lavorando in digitale, si usa Photoshop inceve di passare le mani davanti alla luce.



Iniziamo col prendere la foto che vogliamo migliorare (A). Ne ho scelta una che potrebbe andare anche bene così, ma è perfetta per spiegare quello che andiamo a fare.
Assicuriamoci che non ci siano aree bruciate (ovvero totalmente bianche): il problema in digitale è l'esatto opposto che in analogico o in pellicola. Se una parte dell'immagine (vale anche per i filmati, quindi state attenti con le vostre telecamerine nel viaggio di nozze!) è bianca significa che è "bruciata": là, in quel punto, non ci sono informazioni. Viceversa, in pellicola, le aree nere sono veramente nere e non hanno dati. Ovvero, ne hanno troppi e questi, sommati insieme, danno un colore piatto.
La parte che sembra nera, nel digitale, in realtà contiene molte più informazioni di quello che pensiamo. Peccato soltanto che spesso queste siano "rumore" e che sia poi difficile tirarne fuori qualcosa. Ma andiamo un passo alla volta.

Con Photoshop, aperta l'immagine, creiamo un nuovo livello e usiamo come metodo di composizione "Colore Brucia" (o "Color Burn" per chi ha la copia inglese). Prendiamo un colore grigio neutro al 40% (grigio per non virare la foto, 40% a caso, poi faremo le modifiche del caso successivamente: è comunque un valore che funziona nel 90% dei casi). Adesso disegnate una sfumatura dal grigio scelto al trasparente cercando di coprire la parte che vi interessa scurire. Nel mio esempio (B) ho intensificato il contrasto del cielo con il sole. Un effetto interessante. Lavorate sull'opacità del livello e sulle dimensioni della sfumatura per posizionare l'ombra dove volete. Io mi sono limitato alla parte alta del cielo, la foto era già sufficientemente scura...

Una nota: state attenti alla quantità di "burn" che date. L'effetto non fa altro che scurire tutti i toni al di sopra del 40% (o il valore di grigio che avete scelto) di luminosità dell'immagine sottostante. Questo aumenta fortemente il contrasto dell'immagine e rischiate di perdere molti dettagli e sfumature.

La seconda operazione che facciamo è quella di schiarire le parti della foto che risultano troppo scure e prive di dettagli.
Nuovo livello, ancora, ma col metodo di fusione su "Colore Scherma" ("Color Dodge" per i pirati che hanno scaricato PS con Limewire...). Solito grigio di prima e solita sfumatura, questa volta a coprire la parte scura dell'immagine (C).
Come per incanto, una miriade di dettagli saltano fuori. Come dicevo, infatti, le aree che danno l'impressione di essere nere, in digitale in realtà contengono un sacco di dati.

Anche in questo caso lavoriamo sull'opacità o sulla luminosità del nuovo livello per ottenere l'effetto cercato. Nel mio esempio ho un po' esagerato, ma serviva per far vedere chiaramente l'effetto. Considerate che le aree schermate faranno brillare tutti i dettagli presenti, di qualunque colore siano. Anche le più recenti fotocamere digitali tendono ad appiccicare sulle parti scure un'infinità di disturbo, sotto forma di puntini colorati che, scuri, non si vedono ma che schiariti fanno un po' carnevale. Nel caso usate la maschera di opacita del livello sfumatura e, con questa selezionata, desaturate la parte di immagine che avete schiarito.

Bòn (come dice un mio parente ligure: starebbe per "basta").

Il gioco è fatto. Adesso divertitevi a provare. Io mi ci diverto un sacco e tiro fuori cose entusiasmanti anche da foto ridicole. Come ho detto, non funziona sempre. Solo vari tentativi vi diranno se una foto è da tenere o da buttare.


Besos, vado via che il mio amico Bubu è in arrivo e devo andare a cena (finalmente!).

Alla prossima.


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PS: un telefilm che fa un'uso impressionate di filtri di questo tipo, anche se credo si tratti di filtri veri, in vetro, e non di post-produzione, è CSI:Miami. Fateci caso: tutti i cieli sono rossi o gialli o verdi. Voi li avete mai visti così? Provate a usare il livello "Brucia" con un colore.... Horatio vi saluta! :P

24 gennaio 2007

La macchia magenta (1) - Viver come bruti

Il nostro ultimo incarico è riassunto, in -molto- breve, qui sotto:


Si è trattato di dare un 'volto' ad un teatro (cosa che, per noi, sta diventando una specialità della casa, come il fritto alla fiorentina di certi ristoranti) che riapre dopo alcuni anni di inattività, il Dante di Campi Bisenzio (FI).

In breve, le nozioni che avavamo: a) teatro antico, ma completamente nuovo: del vecchio stabile rimane solo la facciata, il resto è stato completamente ridisegnato secondo lo stile e le tecnologie di oggi; b) teatro polifunzionale: non solo Opera, ma musica, cabaret, mostre e tutto quello che una struttura del genere deve garantire di questi tempi; c) necessità di 'rompere' nei confronti dell'audience e di risultare ben visibili e conoscibili con un singolo colpo d'occhio.

Il primo passo è stato quello di trovare un logo a tutta la faccenda.
Questa è la parte più delicata: se si sbaglia il logo/marchio di ciò cui dobbiamo dare un'immagine, è la fine. Niente di ciò che verrà dopo sarà sufficiente a correggere l'errore. Oltretutto, un marchio deve essere una cosa quanto più longeva e vivere di vita propria: necessario è che questo non debba essere modificato entro pochi anni, che non stanchi e che sia facilmente applicabile ad ogni design. Questo non significa solo "accurata scelta dei colori/accurata scelta dei caratteri" per far sì che risulti leggibile sia su poster 6x3m che sui flani 5x5cm dei quotidiani: significa soprattutto renderlo abbastanza agile ed adattabile al maggior ventaglio di grafiche possibile. La semplicità è una regola infrangibile. Immaginiamo un logo estremamente graziato e rococò. Adesso applichiamolo ad un design moderno, a delle foto, a contesti moto varì. Bah!

Il logo ha quindi avuto una gestazione piuttosto difficoltosa. Attraverso lo studio effettuato separatamente da tre dei nostri designer, siamo arrivati ad una quindicina di idee, da cui avremmo poi estrapolato il concetto finale.
Parlo di concetto, perché nessuno dei design proposti era da considerarsi definitivo o completo. E' stato solo grazie all'amalgama di diverse idee che siamo arrivati al prodotto finale.

Il logo finisce per essere un testo dal carattere semplice, senza grazie (il font è un Futura in due pesi diversi, regular e extrabold), applicabile così ad ogni fondo. Sopra di esso, in posizione abbastanza canonica direi, tre linee ondulate.

Siamo arrivati a questa soluzione attraverso alcuni semplici passaggi, ma che hanno richiesto molto tempo per essere messi in pratica.

1) scritta semplice (e questo è stato il compito mio, più adatto ad eliminare le ridondanze degli altri, più abili a 'colorare' di dettagli ogni cosa);
2) marchio rappresentativo del teatro (e qui abbiamo riempito una ventina di fogli solo con schizzi e stilizzazioni: dal più semplice faccione di Dante Alighieri -terribile, ma in linea coi desideri del committente :) - a linee cinetiche e sbalzi geometrici per ricordare l'architettura del luogo;
3) colori che appartenessero al teatro.

Il punto 3) è stato il più facile. E' bastato un solo viaggio in teatro per trovare il colore giusto: poltrone e sipario sono di un velluto (elemento cangiante, simpaticamente d'accordo con la natura poliedrica del teatro stesso) color verde-blu. In pratica una tinta Pantone che abbiamo trovato tra i metallici. Una bella fortuna.
l punto 1) è passato attraverso vari stadi e varie prove. Abbiamo valutato dapprima come integrare le due parole "Teatro" e "Dante", poiché il logo doveva comprenderle entrambe. Lo so che sarebbe come chiamare un salumiere "negozio del salumiere", ma per certe situazioni l'indicativo è d'obbligo. Siamo passati anche attraverso la commistione di corsivo e stampatello (TeatroDANTE), ma alla fine siamo caduti sulla soluzione più ovvia.

Per quanto riguarda il marchio, trovare un disegno al contempo semplice e coerente non è stato facile. Se, da una parte, il profilo di Dante poteva essere funzionale (lo stesso volto è riprodotto sulla facciata del teatro e trovava il committente decisamente favorevole al suo impiego) per noi non era accettabile: troppo banale, scontato e trito. In italia ci saranno diecimila strutture che prendono il nome da un personaggio storico e che hanno le fattezze del medesimo riproposte sopra il logotipo. E' come quando un'agenzia di organizzazione congressuale ci richede la corporate per un congresso che si tiene a Firenze: 10 volte su 10 ci vuole il David di Michelangelo o la Cupola del Brunelleschi, che si tratti di convention sui linfonodi o della mostra dei nuovi plasma 42" Hitachi.

Alla fine, come al solito, l'idea è stata corale: all'interno del foyer del Dante, ed in molti altri dettagli, si ripetono delle curve. Dei pannelli di legno si incorciano l'un l'altro in modo asincrono formando una specie di onda, come di oceano ribollente. Qualcuno si è ricordato che, ad inizio di -un qualche- secolo, il primo logo del teatro Dante di Campi Bisenzio (FI) raffigurava una nave intenta ad attraversare le colonne d'Ercole (quale simbolo di ricerca della conoscenza, ripresa dalla Commedia di Dante, guarda caso, nel canto su Ulisse).
Ed ecco, infine, che si forma l'idea delle tre 'onde', che trovano doppia simbologia nel parallelo tra il passato (il primo logo) e il presente (l'interior design del teatro).

Fatto questo, il lavoro è appena iniziato. Ma per vedere come siamo andati avanti (e cosa significa il titolo di questo post!) si dovrà aspettare la prossima puntata. Io, adesso, ho da impaginare la brochure del Dante!


Saluti.


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Fatti non foste a viver come bruti
Ma per seguir virtute e canoscenza

Dante Alighieri, Inferno.

Commodore64 vs. ZX-Spectrum

Chi ha vinto, alla fine?

Bah, difficile da dire. Per un mero calcolo sulla memoria, direi il C64 (divenuto oggetto di culto: dello Spectrum, oggi, chi si ricorda?). Per vendite, pure. Il C64 è stato e resta il computer più venduto della storia, prodotti che abbiano saputo fare di più ricordiamo solo la Playstation e l'iPod.

Ma ci interessa?



Perché il punto, per me, è un'altro.
Ovvero che qui, ogni generazione informatica, crea una nuova diatriba. C'è stato l'ST contro l'Amiga. Poi il PC contro l'Amiga. Poi il Mac contro il PC. Poi Windows contro MacOS. Poi l'iPod contro quelli della Creative. Poi Nokia contro Eriksson. Poi Hulk contro la Cosa, Daitarn contro Mazinga e per finire Canon contro Nikon.
Che sono io? Canonista o Nikonista? Ma che ne so!

Innanzitutto sono troppo scarsìno, al momento, per capire quale tecnologia è migliore. Sono sempre dell'opinione che, al giorno d'oggi, le tecnologie dovrebbero su per giù compararsi tutte ma, ripeto, non ho abbastanza conoscenza della materia per giudicare.
In secondo luogo, la macchina è solo il mezzo tramite il quale un artista produce dei lavori. Non può e non deve essere la Canon a dettare cosa verrà fuori da uno scatto.

Quindi, tanto per cambiare, un bello schiaffo agli opinionisti ed ai tecnici: lunga vita al creativo!


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Per la cronaca: la foto in questo post è stata scattata con una Konica da 4 Mpx di quelle che stanno nel palmo di una mano e poi ritoccata appena appena con il solito Photoshop. Alzo le braccia, non prendo neanche un respiro, scatto... et voilà, il mio quadro. Più o meno il tempo che impiego con la EOS 400D a togliere il tappo dall'obiettivo :)

23 gennaio 2007

Back in action::

Gennaio, 23-duemilasette.

Si riparte.

Tra le altre meraviglie che il buon anno porta, c'è sicuramente la mia conversione da amatore a semi-pro della fotografia.
La mia macchina, una Canon EOS 400D, con ben tre obiettivi (zoom Sigma 70-200, fisso 24mm Canon ed un versatilissimo grandangolo con tanto di Macro 17-70 Sigma), sta iniziando a divertirmi. Mi porta dal tradizionale scatto alla cieca ad uno studio forzato di inquadrature, tempi di esposizione, apertura ed effetti.

Per ora mi sono accontentato degli scatti, come venivano, e di ritoccarli con Photoshop (sono abbastanza bravino, lo faccio di mestiere :P ). Adesso ho deciso di cominciare a lavorare sullo scatto direttamente. Sto valutando un filtro IR, ma per ora mi accontento dei due filtri Cokin sfumatura neutra con cui, appena arriveranno (metà ordinati su eBay, metà su Pixmania-pro.com) inizierò a usare un po' di creatività. Che poi è il mio stile, più che immortalare la vita così com'è.

Affascinato dalle foto, inizio questo nuovo cammino.

Chissà che non finisca come il primo.

13 aprile 2006

Graphics for the Masses

Che non sta per "grafica per i Massesi" anche se, chi mi conosce, sa che potrebbe starci un'attinenza con la mia vita. :)

Il lavoro è ripartito alla grande.
Come al solito passano delle settimane di quasi noia (si fa per dire) poi arrivano tutti insieme,

Di seguito un breve vademecum su come gestire i lavori che si sovrappongono:

1) rompere poco le scatole: c'è gente che chiude, se tu lavori di più fai buonissimo viso a buon gioco;
2) trovare quella vecchia bottiglia di champagne;
3) stapparla;
4) bere.

Meglio fare le corse. Tanto ormai è nelle nostre corde (hanno tutti sempre e solo urgenze). Un esempio è proprio di oggi.

Da una nota casa di giocattoli, abbiamo ricevuto un incarico standard ("italianizzare" un packaging) due settimane fa.
Abbiamo fatto le dovute modifiche, variazioni, correzioni. Poi, una settimana e mezzo di silenzio.
Alle 10:00 di stamani sono tornati alla carica con le correzioni, poi giù di corsa fino alle 14:30 ché il progetto serviva sulla loro scrivania per... le 15:30! Figuriamoci.

Vabbè, non sono queste le cose che rendono un lavoro duro o difficile.
Poi, vedere il Giangi tutto rosso d'emozione per il rush, con le linee cinetiche da fumetto intorno al capo mentre bestemmia per il rischio di saltare il pranzo è uno stipendio a sé. :)

Saluti,
alla prossima con un po' di reportage su qualche progetto.

26 gennaio 2006

iBook Vacation

S'è deciso, finalmente!
Quest'anno pensavo proprio non ci si facesse, con tutte le faccende in cui siamo affaccendati qui sul lavoro.

Ed invece, dal 12 al 18 marzo, si va a sciare!
Solito albergo, solite piste e solite montagne, tanto per non sbagliare...



Trattasi di Val di Fassa, provincia di Bozen (Bolzano). La foto mi ritrae nell'arduo intento di fumare in alta quota ascoltando musica a palla. In particolar modo, l'iPod (seconda generazione, quest'anno sostituito dal Nano) è puntato sulla playlist "Rock", adatta alle discese in velocità ed agli attentati ai legamenti o alle ossa!

Provate a scendere per una 'nera' con Paranoid nelle orecchie. Ne riparliamo poi.



La news, comunque, è un'altra: oltre al solito Daniele (che tutti gli anni la mena un po' ma poi viene sempre), questa volta sono riuscito a convincere il socio!
Ne sarò certo quando saremo tutti lì. Ma per ora mi accontento di sperare!

Prometto reportage esclusivo, ovviamente, al ritorno dal Pordoi!


Salute!

25 gennaio 2006

A Mind Forever Voyaging



Berlino, gennaio 2006.

S'è fatto appena in tempo a rientrare in Italia: c'erano (o meglio, mancavano) la bellezza di 10 gradi sottozero. Oggi si legge di un bel -18. Roba da Apocalisse. Da quando ho visto The Day After Tomorrow me la faccio sotto ogni volta che il clima raffredda un po'. Sono suggestionabile, che ci volete fare. A 14 anni ho visto per la prima volta Lo Squalo di Spielberg e, da allora, non sono più in grado di allontanarmi dalla costa per più di 25 centimetri...

Berlino, si diceva.

Una città da visitare. Fosse solo per il modo straordinario in cui mischia (per necessità) antico con futuribile, è un posto affascinante. Non mi soffermo sulla qualità della città per quanto riguarda gli aspetti meramente pratici e di ergonomia, ché ci facciamo solo del male. Dopotutto, le differenze tra Italia e Resto del Mondo non ho dovuto scoprirle a Berlino.
Quello che fa più impressione, e che si misura soprattutto poiché turisti e non abitanti della città (quindi spettatori più attenti, forse), è il ruolo che questa città ha avuto- ruolo di rilevanza epica- nel corso della storia del secolo scorso. Tanto grandi sono stati i risultati di cose nate lì che se ne percepirà l'eco per sempre.
E la sfortuna- chiamiamola così- dei Berlinesi è roba da far spavento. Prima a morire di fame ad inizio secolo, per poi risollevarsi solo per precipitare nel maelstrom del Reich, con tutto quello che ha comportato. Una città rasa al suolo prima di tutto da chi la voleva vestire di imperialità, poi da chi l'ha liberata. Ed infine, quale punizione per essere stati lì, un bel muro che divide fratello da sorella, padre da figlio e così via. Tanto di cemento (nel senso di 'concreto', dall'inglese -concrete-) da sembrare atto a rimanere per sempre. "Dinanzi a me non fuor cose create se nono etterne/ ed io etterna duro" si legge sulla proverbiale porta, e questo credevano fosse il loro destino i Berlinesi.

Poi, cadde.

Ma chissà quanti, anche oggi, 16 anni dopo, ci credono davvero. Quanti se ne sono accorti.

Quello che amo di Berlino? Gli studi dove Bowie e gli U2 hanno registrato i loro capolavori. Ma soprattutto gli U2.
Zoo Station, credo proprio che si rifaccia alla stazione della U-Bahn del giardino zoologico. One, per intendersi, è stata pensata lì.

I'm ready! I'm ready for the laughing gas!
I'm ready to take it to the streets!



Salute!


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* "A Mind Forever Voyaging" era un videogioco testuale di fine anni '80. Mi è sempre piaciuto il titolo e, per un trip come quello in Berlino, mi è parso idoneo. Dopotutto è quello di cui, probabilmente, si sono dovuti accontentare tanti Berlinesi nel secolo scorso. Di una Mente Sempre in Viaggio.

-RETURN-

22 anni di computer, sarà possibile?

Si, è possibile. Dal primo C64- era il lontano 1984- al più recente G5 Dual PowerMac (ed, in arrivo, spero, un bel MacBookPro con processore Intel) me li sono fatti tutti, passando per l'Amiga ed il primo PC con grafica CGA, per finire nel regno Apple dei Mac.
Gran fortuna, la mia, che ho dovuto prendere in considerazione i Mac per forza di cose, a causa del mio lavoro.
Gran fortuna, ché se non ci fosse stata la grafica, oggi probabilmente sarei ancora davanti ad un grigione (anche se al giorno d'oggi li fanno neri, o argento, o illuminati al neon, ma sempre grigioni paiono!) a declamare ad alta voce "i Mac sono inutili, non ci sono i programmi, belli sì, ma quanto costano!..." ecc ecc ecc.

Gran fortuna che, oltretutto, i Mac posso usarli, a casa come al lavoro, per fare cose belle.
Che sia una partita a World of Warcraft (60lvl Warlock, per chi se ne intende, server Stormrage) o un manifesto per qualche cliente, mi diverto un sacco e riesco anche a produrre roba buona, ogni tanto.

E poi, un giorno, apro un blog.

E' una cosa corale, questa, non il blog di un grafico, sia chiaro. Sono la voce narrante, questo è vero, ma parlo di tutti quelli che sono qui dentro con me, in questa scatola.
La scatola si chiama Kidstudio Communications e, tra le altre cose, è uno studio grafico e creativo.
Siamo quattro, in tutto, e presto li presenterò uno ad uno.

Per ora, partiamo con questo blog. E facciamolo nel modo in cui tutto è cominciato.
Ventidue anni fa, scartato e collegato il Commodore 64 alla tv (incredibile come, a distanza di 4 lustri e mezzo, il computer che ho davanti funzioni pressappoco allo stesso modo: collego la spina e via! a dispetto di chi preferisce i grigioni...) ho digitato le prime linee di testo "in codice". Ho controllato la sintassi e, verificato che tutto fosse a posto, ho scritto, in bellissimi caratteri cubitali, la parola RUN.

E tutto è cominciato.

Ma non prima di aver avviato il mio primo, piccolo software.
Allora non esistevano i termini italiani per indicare le operazioni del computer. -Invio- era più fantascientificamente un evocativo -RETURN-. Ed a quello mi rifaccio, anche oggi, quando sto per avviare qualcosa.

RUN, quindi.

-RETURN-



Che i giochi abbiano inizio.