
Berlino, gennaio 2006.
S'è fatto appena in tempo a rientrare in Italia: c'erano (o meglio, mancavano) la bellezza di 10 gradi sottozero. Oggi si legge di un bel -18. Roba da Apocalisse. Da quando ho visto The Day After Tomorrow me la faccio sotto ogni volta che il clima raffredda un po'. Sono suggestionabile, che ci volete fare. A 14 anni ho visto per la prima volta Lo Squalo di Spielberg e, da allora, non sono più in grado di allontanarmi dalla costa per più di 25 centimetri...
Berlino, si diceva.
Una città da visitare. Fosse solo per il modo straordinario in cui mischia (per necessità) antico con futuribile, è un posto affascinante. Non mi soffermo sulla qualità della città per quanto riguarda gli aspetti meramente pratici e di ergonomia, ché ci facciamo solo del male. Dopotutto, le differenze tra Italia e Resto del Mondo non ho dovuto scoprirle a Berlino.
Quello che fa più impressione, e che si misura soprattutto poiché turisti e non abitanti della città (quindi spettatori più attenti, forse), è il ruolo che questa città ha avuto- ruolo di rilevanza epica- nel corso della storia del secolo scorso. Tanto grandi sono stati i risultati di cose nate lì che se ne percepirà l'eco per sempre.
E la sfortuna- chiamiamola così- dei Berlinesi è roba da far spavento. Prima a morire di fame ad inizio secolo, per poi risollevarsi solo per precipitare nel maelstrom del Reich, con tutto quello che ha comportato. Una città rasa al suolo prima di tutto da chi la voleva vestire di imperialità, poi da chi l'ha liberata. Ed infine, quale punizione per essere stati lì, un bel muro che divide fratello da sorella, padre da figlio e così via. Tanto di cemento (nel senso di 'concreto', dall'inglese -concrete-) da sembrare atto a rimanere per sempre. "Dinanzi a me non fuor cose create se nono etterne/ ed io etterna duro" si legge sulla proverbiale porta, e questo credevano fosse il loro destino i Berlinesi.
Poi, cadde.
Ma chissà quanti, anche oggi, 16 anni dopo, ci credono davvero. Quanti se ne sono accorti.
Quello che amo di Berlino? Gli studi dove Bowie e gli U2 hanno registrato i loro capolavori. Ma soprattutto gli U2.
Zoo Station, credo proprio che si rifaccia alla stazione della U-Bahn del giardino zoologico. One, per intendersi, è stata pensata lì.
I'm ready! I'm ready for the laughing gas!
I'm ready to take it to the streets!
Salute!
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* "A Mind Forever Voyaging" era un videogioco testuale di fine anni '80. Mi è sempre piaciuto il titolo e, per un trip come quello in Berlino, mi è parso idoneo. Dopotutto è quello di cui, probabilmente, si sono dovuti accontentare tanti Berlinesi nel secolo scorso. Di una Mente Sempre in Viaggio.

1 commento:
13-14 pausa pranzo!
Vale anche per i creativi! :)
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